Nonostante l’ingresso ufficiale in fase due, ci sembra molto opportuno dedicare una riflessione a cosa sia significato - per coloro che vivono soli - doversi improvvisamente riorganizzare durante la fase precedente, alla luce del massimo delle restrizioni fisiche e sociali, arrivate all’improvviso come un macigno inatteso che ha completamente sconvolto la vita di chi, stando da solo, deve adottare una precisa e particolare organizzazione di vita personale e relazionale, per gestire funzionalmente la quotidianità che è fondamentalmente basata sulle proprie forze e, in caso di necessità, sull’aiuto e la collaborazione di altri, individuati non a caso ma fra persone in cui poter riporre particolare fiducia, quali amici e parenti, e ancora colf, badanti, autisti, facchini, infermieri, artigiani, tuttofare e così via.
Inoltre, mentre per alcune persone la solitudine può non costituire un problema, per chi si trovi in condizioni di fragilità, debolezza o inabilità, tale condizione rappresenta un grande ostacolo.
Ad esempio, in età avanzata o in caso di disabilità, quando la salute non è ottimale e l’autonomia è limitata da malanni fisici di vario grado e tipo o da vere e proprie malattie, l’organizzazione della quotidianità non è scontata, perché anche semplici operazioni divengono subito complesse. In questi casi, solitudine e fragilità si sommano e creano paura, emozione che in eccesso sfugge al controllo razionale aggravando ulteriormente le difficoltà preesistenti.
Gli anziani in particolare possono essere assaliti da depressione e demotivazione, crisi di sconforto, fino a vere e proprie crisi d'ansia. I timori possono riguardare il rischio di vivere la fase finale della vita in maniera opprimente e difficile, con un diretto rimando ai vissuti della loro giovinezza, avvenuta in un periodo storico caratterizzato dalla guerra che, imminente, in corso o da poco conclusa, condizionava pesantemente la vita personale e sociale. Il sogno di essersi “sdoganati” rispetto a vissuti e condizioni di vita angoscianti lascia il posto al riemergere di antiche ansie.
Premesso che durante i due mesi appena trascorsi ognuno di noi può aver transitoriamente vissuto momenti altalenanti caratterizzati da ansia e incertezza, disorientamento e tristezza - legittime reazioni di fronte a una situazione inaspettatamente grave ed estesa a livello mondiale - per chi vive da solo tutto ciò è stato notevolmente amplificato, poiché fondamentalmente vissuto in solitudine forzata.
La condivisione e la solidarietà sono quindi, per chi vive da solo, le due parole chiave che permettono il superamento non solo pratico ma soprattutto emotivo della fase restrittiva dell’emergenza causata dalla pandemia. Quando condivisione e solidarietà sono carenti o addirittura assenti, ciò favorisce ansia e depressione, aumentando il rischio che - una volta terminata la fase restrittiva - le problematiche emerse non scompaiano in maniera automatica o scontata, ma possano incrementarsi e avere ulteriori ripercussioni emotive e fisiche su persone già deboli e fragili.
Invece, per chi abbia vissuto le restrizioni in normali condizioni di salute, il discorso si fa più ampio e diversificato, sebbene solidarietà, condivisione e supporto affettivo costituiscano sempre le strategie basilari per affrontare le ansie, le paure e il senso di incertezza che ci hanno coinvolti tutti. Chi dispone di buone e valide reti amicali e/o familiari è certamente favorito, mentre persone che hanno scarsi riferimenti affettivi fra amici e parenti, sono coloro che aspettano la fine del lockdown con maggiore impazienza. Tale condizione - molto più diffusa di quanto si creda - non è da sottovalutare. Infatti, l’ansia di poter riprendere una vita che attraverso la ripresa di vecchie abitudini forzosamente abbandonate possa in qualche modo supplire a sentimenti più o meno sommersi – e comunque spesso non consapevoli - di solitudine e isolamento (affettivo, sociale, ecc), molto più facilmente portano a comportamenti impulsivi, irrazionali, con una irresponsabile tendenza a infrangere regole sociali prudenziali. La fretta e l’impazienza, oltre all’incapacità di gestire la ripresa con una certa gradualità, si manifestano con la tendenza ad agire in modo impulsivo e assecondando soltanto i propri personali bisogni, tipicamente in chi vuole presto dimenticare e tutto cancellare, come se nulla fosse successo, con il rischio di ignorare molte conseguenze che inevitabilmente la pandemia porterà per un periodo di tempo che per ora non è possibile prevedere.
La fatica o la difficoltà di condividere fa perdere di vista la natura essenziale dell’essere umano, che invece sarebbe proprio quella di agire solidalmente, poiché è proprio tale modalità la strategia di base per affrontare e superare in maniera più funzionale le diverse avversità che possono accadere nella vita personale e sociale.
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